Per "nanopatologie" s'intendono le malattie provocate da micro- e nanoparticelle inorganiche che sono riuscite, per inalazione od ingestione o per altre cause, ad insinuarsi nell’organismo e si sono stabilite in un organo o in un tessuto.
I concetti fondamentali da ricordare sono:
    1. Qualsiasi sorgente ad alta temperatura provoca la formazione di particolato.
    2. Più la particella è piccola, più questa è capace di penetrare nei tessuti e nelle cellule.
    3. Non esistono meccanismi biologici od artificiali conosciuti capaci di eliminare il particolato una volta che questo sia stato sequestrato da un organo o un tessuto.

La parola nanopatologia fu coniata a fine Anni Novanta dalla dottoressa Antonietta Gatti. Con questo vocabolo s’intendono tutte le malattie provocate da micro e/o nanoparticelle solide, inorganiche, insolubili nell'acqua e nei grassi che entrano nell'organismo.

Il materiale particolato con le caratteristiche citate è prodotto in modo naturale dalle eruzioni vulcaniche, dall’erosione delle rocce compreso il sollevamento delle sabbie e dagl’incendi boschivi. Oggi, però, e con sempre maggiore frequenza, le particelle sono di origine antropica, derivate, cioè, da attività umane. Sono in maggior misura i processi ad alta temperatura a produrle e, tra questi, il funzionamento dei motori a combustione interna (dunque il traffico automobilistico, aereo e marittimo) e di impianti come, ad esempio, gl’inceneritori di rifiuti (detti anche “termovalorizzatori”), i cementifici e le fonderie.

Piccole e leggere come sono, andando dai centomillesimi di metro giù fino ai centomilionesimi, quelle polveri galleggiano nell’aria comportandosi sotto molti aspetti come gas, e come gas entrano nell’apparato respiratorio. Ma cadono anche su frutta, verdura e cereali, venendo così ingerite con gli alimenti.

Dai polmoni o dall’apparato digerente le particelle finiscono in poche decine di secondi nel sangue e, da qui, a qualunque organo o tessuto dove sono catturate provocando una reazione infiammatoria da corpo estraneo (granulomatosi). La conseguenza potenziale a lungo termine è la trasformazione di quel tessuto in un cancro.

La capacità di penetrazione delle polveri è inversamente proporzionale alle loro dimensioni e dipende anche dalla loro forma e, probabilmente, dagli elementi che le costituiscono.
A seconda del loro destino finale, un destino apparentemente casuale, le particelle possono provocare patologie molto diverse tra loro. Nel sangue possono indurre fenomeni di coagulazione abnorme e diventare responsabili di infarti cardiaci, di ictus o di tromboembolie polmonari. Come accennato, in tutti gli organi possono essere all’origine delle più disparate varietà di tumori; se colpiscono il pancreas possono indurre diabete di tipo 1; se arrivano al cervello possono generare condizioni che vanno dall’insonnia all’irritabilità fino all’aggressività, dalla perdita di memoria a breve a difficoltà nell’apprendimento. La stanchezza cronica è una conseguenza certa della loro presenza nell’organismo e diverse patologie sono elencate tra quelle sospette potendole avere come causa o concausa: sensibilità chimica multipla, autismo, Morbo di Parkinson, Morbo di Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e tutta una lunga serie di malattie chiamate criptogeniche, rare o orfane. Una delle caratteristiche di quel tipo di polveri è la loro capacità di passare da madre a feto provocando aborti, malformazioni fetali o tumori nel nascituro. Un’altra è quella di entrare nel liquido seminale. In quel caso s’instaura sterilità maschile e, nel canale vaginale della partner sessuale, si assiste alla formazione di piaghe sanguinanti, dolorose e intrattabili sia farmacologicamente sia chirurgicamente: una patologia chiamata Burning Semen Disease (malattia del seme urente). Infine, esiste la possibilità che quel tipo di polveri entri spontaneamente nel nucleo delle cellule interferendo negativamente con il DNA.

A quanto è dato di sapere, non esistono meccanismi efficienti a disposizione dell’organismo per liberarsi delle particelle che restano imprigionate nei tessuti, né esistono farmaci o tecnologie mediche.